L'Amore che non muore

- L’Amore che non muore -

 

Nerina si guardò attorno, frastornata. Si era svegliata, in pieno giorno, in un prato. Un posto che non conosceva, dove non ricordava come fosse arrivata.

Cercò di tornare a casa, muovendosi, disorientata e confusa, da un lato all’altro di quel luogo sconosciuto. Finché si addormentò, nonostante il chiarore, benché non fosse stanca.

Si risvegliò che era ancora giorno e si riaddormentò, con la stessa luce, dopo aver vagato, nuovamente, alla ricerca della via, senza che avesse né fame, né sete.

Fu così anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Fino a quando, sopraffatta dal senso di impotenza, Nerina si abbandonò a quel tutto immutabile che la circondava, così da diventarne parte ella stessa.

Quando si svegliò, finalmente acquietata, si guardò di nuovo attorno, come la prima volta. L’erba era rigogliosa, gli alberi grondanti di frutta, gli arbusti ricolmi di bacche. E, nell’aria mite, risuonava, melodioso, il silenzio.

Nerina era lì, ad aspettare il nulla, adagiata sull’erba tiepida, quando vide muoversi verso di lei un ammasso armonioso di peli bianchi. Dopo qualche istante, Bianchino le fu di fronte, fiero ed elegante.

Lui le girò intorno e l’annusò, lei roteò gli occhi, seguendolo con lo sguardo, fin quando non le fu, di nuovo, davanti e si salutarono, accarezzandosi, muso a muso.

Lei era una capra nera, un po’ tracagnotta e sorprendentemente agile, gambe magre e corte, testa piccola, così come le corna. 

Lui era un cane pastore, abruzzese di padre e tedesco di madre, bianco e grosso, dalla figura slanciata e dal carattere irrequieto. Aveva movimenti svelti ed aggraziati, occhioni dolci ed indole aggressiva.

Si erano conosciuti qualche anno prima, quando Bianchino andò a vivere, suo malgrado, nella stessa casa di Nerina, che stava lì da quando era piccolina. Lui aveva quattro anni e lei sette.

All’inizio non si piacquero e lei, più di una volta, usò le corna per difendersi da lui, che era portato, per natura, ad azzannare tutto ciò che di animato gli girasse attorno.

Ne seguì il rispetto, da cui nacque l’amicizia, che rese meno amaro a Bianchino quell’esilio, al quale lui, che aveva un carattere forte, col tempo, si adattò, da sembrare quasi felice.

Durante il giorno, avevano sempre intorno tante persone, per lo più distratte da altre faccende e poco interessate a loro. Di notte, erano sempre loro due soli, ognuno nel proprio giaciglio. E, poco distante, più al riparo, un brioso pincherino, col quale Bianchino, stranamente, andò subito d’accordo.

Rey, questo il suo nome, era dispettoso, ma simpatico, e riusciva, così, talvolta, a strappare anche a Nerina, che era un po’ musona, qualcosa che somigliasse ad un sorriso. Era sempre lì che gironzolava, finché un giorno andò via, senza salutare.

Dopo qualche tempo, Bianchino fece lo stesso. Nerina non li capì. Quello non era il posto migliore del mondo, ma loro, tutti e tre, insieme, ci stavano bene. E, rimasta sola, s’intristì.

Era passato poco più di un anno, da quel giorno in cui Bianchino se n’era andato, la mattina, silenzioso, dopo una notte gelida di fine inverno, che avevano trascorso insieme, al solito, a farsi compagnia. Averlo ritrovato, ora, in quel luogo sconosciuto, le bastava. E non fece domande, tale fu la gioia.

Lui fece cenno di seguirlo e lei ubbidì. E quel mondo che sembrava morto, d’un tratto, pullulò di vita. Giunti ad un fiume, Bianchino si abbeverò e chiese a Nerina, che non aveva sete, di fare lo stesso.

Chinatasi per bere, quando rialzò lo sguardo, le sembrò di scorgere sulla sponda opposta, quella degli umani, il viso familiare di Roberto. Entrò in acqua, quel tanto che le fu concesso. Guardò meglio, si accorse di essersi sbagliata e tornò indietro, delusa.

“Sapevo che ci saresti cascata anche tu”.

Le fece Bianchino, guardandola con un benevolo sorriso compiaciuto.

“Quello è Gino, il padre”

“L’altro che gli sta vicino è Peppe, lo zio…gli altri due, che giocano a carte, sono Antonio e Leontino, quell’altro è Giovanni…ed ecco che arrivano anche Teresa, Lilluccia ed Adele…”.

“Alcuni si riuniscono spesso, altri più di rado, altri ancora, come Teresa ed Antonio, stanno sempre insieme. Dipende dall’Amore che si sono dati”.

Gino che, nel frattempo, aveva attraversato il fiume, lui che poteva, era lì, davanti a loro che li guardava con la sua consueta espressione seriosa, un po’ imbronciata, che Bianchino aveva imparato a conoscere. Si avvicinò a Nerina e le accarezzò le corna. Fu il suo modo di darle il benvenuto. Salutò Bianchino con un buffetto sulla testa e riattraversò il fiume. Era un uomo buono, ma di poche parole.

Dopo un po’, saltellando tra i ciuffi d’erba, li raggiunse Rey, il piccolo pincher, loro grande amico. Nerina, che era, finalmente, tornata a casa, sollevata, iniziò a brucare il prato intorno a sé, mentre Bianchino, sornione, la guardava, felice, accucciato nell’erba, in quello spazio Eterno di Amore, dove un giorno avrebbero ritrovato, dall’altro lato del fiume, anche Roberto.

E, dal suo angolo di Paradiso, Gino, guardando giù, affacciato alla finestra del Cielo, rimirava Sofia, la bella e dolce nipotina che, quando lui era in carrozzina, faceva fatica a starle dietro e della quale, adesso, era diventato l’Angelo Custode.

Intanto, però, gli si fece accanto il nipotino Matteo, che lì era arrivato prima di lui, e Gino, distolto lo sguardo dalla finestra, lo prese amorevolmente sulle spalle, mimando il cavallo.

Giocoso, il bimbo rideva, sotto lo sguardo divertito di nonna Lilla e nonna Teresa. Nell’aria una musica soave.

In lontananza, nel silenzio, si muoveva, nel mentre, una moltitudine di persone sole, indistinte nell’ombra, senza mai avvicinarsi l’una con l’altra, e senza mai fermarsi, anime perse nel buio, nelle quali non alberga Amore.


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